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LA RIVOLUZIONE DI ALPTRANSIT

Anni Duemila - Approfondimento

Sotto il suolo di Uri e Ticino la tecnologia più avanzata e per certi versi spettacolare scava e avanza a perforare la terra per la grande opera del secolo nuovo.


Più di cento anni dopo il grande buco della galleria ferroviaria del San Gottardo (tempo ottocentesco di duro lavoro manuale, di condizioni aspre, di treni a vapore, di progresso in divenire) e venti anni dopo il grande traforo autostradale (tecnologie moderne ma anche qui lavoro duro; e vittime, anche qui, purtroppo) ecco la grande sfida della nuova trasversale alpina, l’Alptransit.


Un progetto grandioso, con tratti velocizzati di prolungamento e potenziamento anche oltre il traforo (come per esempio i binari veloci e tutta una serie di gallerie, fra cui quella del Ceneri e quella di Bellinzona), per una lunghezza impressionante di 57 chilometri fra Erstfeld e Bodio, i due portali a nord e a sud. Una volta terminato, sarà il tunnel ferroviario più lungo del mondo.


La mancanza di forti pendenze permetterà ai treni che la percorreranno di raggiungere una velocità di 250 km orari. Fra Zurigo e Milano il tempo di percorrenza passerà dalle 3 ore e 45 minuti a due ore e mezzo. Da Lugano si andrà a Zurigo in un’ora e mezzo. Non mette qui conto di enumerare cifre, dettagli, complessità tecniche, geologiche. Si dirà soltanto che la gestazione fu lunga, il confronto politico forte, reiterato. Alla fine è nato questo grandioso progetto. Naturalmente ad esso si collegano molti altri vettori: stazioni, rampe, prolungamenti esterni, circonvallazioni, gallerie, urbanizzazione, costruzioni.


Così come la ferrovia del san Gottardo nella seconda metà dell’800 e l'autostrada negli anni ’70 e ’80 mutarono parte della fisonomia del nostro territorio (ne sono simboli le arcate e i terrapieni della ferrovia sulle rampe della Biaschina e l’altissimo viadotto autostradale nella stessa zona) il territorio ticinese viene e sarà segnato da questa nuova meraviglia della tecnica che sarà anche una rivoluzione della mobilità, per i grandi passaggi attraverso la Svizzera (di merci e persone) e per la circolazione interna (dal Ticino alla Svizzera interna, da Bellinzona a Lugano).


La nascita dei cantieri non ha portato forse quella mescolanza sociale, quel traffico temporaneo di commerci che ci si attendeva. Le piccole cittadelle precarie dei lavoratori sono dormitori dai quali operai venuti da molto lontano escono a turni per scendere nelle viscere della montagna e per risalire, senza mai interferire con la vita e la realtà della zona in superfice. Quello di Alptransit (asse del San Gottardo) è un mondo a parte, separato e affascinante, che coinvolge migliaia di persone (ingegneri, tecnici, operai, personale amministrativo) ma è una specie di patria provvisoria a parte, depositaria del compito di realizzare una delle opere più grandiose degli ultimi secoli ma distaccata in un certo senso dalla realtà nostra. Soltanto le visite guidate, le porte aperte puntualmente organizzate hanno permesso a parte della popolazione di ispezionare con curiosità e meraviglia il rutilante mondo sotterraneo che stava e sta nascendo.


Intanto però il territorio è ben consapevole che intorno al 2020 nulla sarà più come prima. Tutta la sistemazione in superfice (stazioni, rampe, raccordi, strutture) deve collegarsi in una unità progettuale e armonizzata. La scadenza dell’apertura di Alptransit viene annunciata ormai sempre come un punto focale, un nodo ineludibile della mutazione stessa, inevitabile, della nostra morfologia territoriale. In questo senso gli anni duemila hanno vissuto due cantieri: quello sotterraneo, che avanzava, per così dire, per conto suo, e quello delle progettazioni, dei possibili investimenti, dell’urbanistica, dei traffici, delle previsioni, delle possibili mutazioni sociali (la mobilità cambiata cambia i rapporti, interferisce con le attività umane).


Iniziatosi purtroppo con il gravissimo incidente nella galleria autostradale del San Gottardo (per fortuna, nella sua dimensione, rimasto un fatto isolato) il primo decennio del Duemila termina sullo slancio di un’attesa: quella di un cambiamento forte in arrivo con l’apertura dell’altro, più profondo, più lungo, più rivoluzionario traforo che passerà sotto la stessa montagna.