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TICINO, SVIZZERA, EUROPA

Anni Duemila - Approfondimento

Ticino, Svizzera, Europa. Il puntino piccolo piccolo del Ticino sta dentro la piccola sagoma della Svizzera la quale sta dentro la carta geografica di un’Europa che fra balzi e sbalzi è andata nascendo e si va ancora facendo intorno a noi.


La Svizzera è fuori dall’Unione Europea. Per volontà del popolo, per volontà politica, per una storia di specificità, neutralità, tradizione. Per molte ragioni. D’altro canto l’Europa politica, l’UE, così come essa oggi appare, ha una temperatura di gradimento e di efficienza decisamente al ribasso. L’Euro è in difficoltà, parecchi stati sono sul bordo del baratro finanziario, l’unità teorica dei vari stati è soggetta alle leadership effettive (fino a poco tempo fa l’asse franco tedesco, oggi ormai soprattutto la locomotiva germanica).


Si imputa all’Unione un eccesso di impacci burocratici e amministrativi e un manco di valori collanti. E’ un’Europa commerciale, si dice, ma non una vera Europa fondata su armoniosa unità, valori basilari e condivisi ed efficienza sperimentata. In queste circostanze una possibile adesione elvetica all’Unione appare del tutto impossibile, almeno a media scadenza. Anche la soluzione di un compromesso partecipativo, l’adesione della Svizzera a uno Spazio Comune, fu bocciata dal popolo.


Sono stati dunque necessari i negoziati per trovare comunque delle intese concrete, effettive, empiriche: con l’Europa bisognava, bisogna pur vivere e convivere. Ecco dunque la lunga macia verso i bilaterali e quindi gli accordi specifici con l’Europa, fra i quali la ibera circolazione delle persone e delle merci. Da qui una normalizzazione benefica e collaborativa con il resto del continente; ma da qui anche tutta una serie di effetti negativi che sono sotto gli occhi di tutti. La concorrenza (leale e anche sleale) diventa, soprattutto per le regioni di frontiera come il Ticino, insidiosa (in particolare per alcune aree di industria e di mercato. Gli imprenditori edili, per esempio, reclamano contro l’assalto dei cosiddetti padroncini alla diligenza dei lavori e degli appalti.


Anche sul piano delle libere professioni la concorrenza si fa sentire. L’aumento dei lavoratori stranieri sul nostro territorio, l’aumento delle ditte italiane che ottengono lavori in Ticino, l’aumento dei frontalieri (oggi quasi 60.000 persone entrano ogni giorno a lavorare e se ne escono la sera) fanno sì che la popolazione percepisca una sensazione di insicurezza e quasi di sfida economico-sociale. La stessa classe politica (naturalmente con differenze sensibili) avverte che il problema esiste.


L’homo ticinensis si sente in qualche modo stretto in una situazione strana: siamo svizzeri ma esiste pur sempre fra noi ed i confederati la barriera geografica delle alpi (con qualche problema di passaggi) e quella culturale. E siamo a ridosso di una nazione di 60 milioni di abitanti, a sua volta inserita in una Unione europea di centinaia di milioni di persone, in un accostamento del tutto impari. Trovare in questa situazione equilibri, risorse e soluzioni operative è il compito di una piccola repubblica alle prese con i rivolgimenti geopolitici di un continente in movimento.


Isolarsi completamente a riccio a lungo andare ci penalizzerebbe. Buttarsi nelle braccia di una Europa piena di enigmi e di dubbi sarebbe un alto tipo di rischio. La realpolitik esige soluzioni praticabili e per il bene comune del nostro paese, naturalmente a livello nazionale. Da lì non si scappa. Ma nell’animo della comunità ticinese sembra serpeggiare il timore di una inadeguatezza, di un assedio, di una insidia.


Forse proprio per questo esiste anche il problema di una certa ombrosità media, riscontrabile per esempio sul piano dell’accoglienza: inchieste vecchie e nuove attestano piccoli risentimenti e anche diffidenza, spesso tradotti, sul piano dell’offerta turistica, in una psicologia dell’ospitalità che andrebbe di parecchio migliorata. Che ciò sia del tutto ascrivibile a una certa paura di fronte a un’Europa problematica e a un certo timore del attore “esterno” è improbabile.


Ma qualcosa di vero c’è. Naturalmente si tratta di minoranze comportamentali, di emotività spesso cangianti. Ma il Ticino sa ormai che l’Europa c’è, e ha anche a che fare con noi. Come rapportarsi con essa è la grande questione svizzera di oggi e soprattutto per domani.